Dovremmo ascoltarci come si ascolta un amico, senza giudizio.
Francesca dice che non accettare significa giudicare. Per questo agli amici si concede tutto: non esistono errori e non esiste giudizio. Mi chiedo, quindi, perché non sono mia amica.
Penso e ripenso che avrei dovuto comportarmi diversamente e dire altro. Interrogo le emozioni come fossi avvocato e le colpevolizzo come fossi giudice per poi, a mente lucida, decidere che doveva andare diversamente. Divento vittima di un sé perfezionista, in fondo solo narcisista, che si tormenta per correggere le emozioni pensate oggi come universali e standard.
Se mi arrabbio non conta il perché ma il come. Ripenso e forse dovrei arrabbiarmi con più calma, urlare a bassa voce, sentirmi offesa col sorriso. Dovrei correre lentamente, essere folle con lucidità, ordinare il mio caos, essere presente senza occupare spazio.
Dovrei, forse e semplicemente, comprendere che le emozioni che non accetto fanno di me quel che sono e che non voglio essere. Basterebbe quindi lasciare andare i fatti, accettandoli senza giudizio.
Senza assecondare quell'io che crede che la vita sia un film dove ogni scena può essere ripetuta e sistemata.
Piuttosto, preferisco la libertà alla noia di una recita nella mia testa.
Ricominciamo, ti ascolto.
Diventiamo amiche.